Una scena tratta da una produzione televisiva del 1938 de "I Robot Universali di Rossum", il dramma fantascientifico che ha introdotto il termine "robot" in molte lingue del mondo.

Homo ex machina

Di Samuele Vinanzi
«Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.» – Isaac Asimov
Quello dell’uomo meccanico, artificiale, è un tema ricorrente nella storia dell’uomo e che ha le sue origini molto tempo prima dell’avvento delle nuove discipline scientifiche che ormai sembrano aver imposto i propri canoni alla materia. Già nella mitologia ebraica si faceva riferimento ad una creatura nota con il nome di “golem”, che nella sua etimologia vuol dire “embrione”, “materia grezza” e che fece per la prima volta la sua apparizione nell’Antico Testamento. Secondo la cabala, un praticante di arti esoteriche sarebbe stato in grado di costruire un corpo fatto di argilla e di dargli vita pronunciando la corretta sequenza di parole magiche. Il golem, a quel punto, si sarebbe animato come un essere dalla forza incredibile ma privo di parola, di saggezza e della facoltà di discernimento: in altre parole una vera e propria macchina, un servitore atto ad obbedire al suo costruttore umano.
Con il lento moto della ruota del tempo, la storia dell’uomo pullulò di un grande numero di episodi incentrati sugli automi. Giusto per citarne un esempio, la leggenda vuole che nel IV Secolo a.C. un allievo di Pitagora, tale Archita da Taranto, progettò una colomba meccanica in grado di volare di ramo in ramo, ma più in generale tutto il medioevo è costellato di racconti secondo i quali strabilianti inventori siano stati in grado di costruire macchine in grado di eseguire i compiti più svariati. La distinzione tra mito e realtà in questi casi è molto labile, complice la mancanza di reperti (spesso si racconta che tali macchine furono distrutte, come nel caso della macchina oracolare di Tommaso d’Aquino), ma ciò che importa sapere è che l’interesse per la costruzione di un uomo meccanico non è di origine moderna, bensì affonda le sue radici nell’alba dei tempi.

Vi è da chiedersi, allora: qual è la pulsione che spinge da sempre l’uomo verso un tale obiettivo? C’è da pensare che, in qualche misura, ne sia responsabile il suo desiderio di superare i propri limiti: il costrutto artificiale è durevole e resistente alla prova del tempo, incarnando dunque il sogno dell’immortalità. L’automa può essere visto come il tentativo di compenetrare uno dei più alti misteri dell’esistenza, ovvero quello della creazione della vita: se l’uomo dovesse riuscire a comprendere questi misteri, di cui tuttora non è al corrente, sarebbe in grado di controllare la sua stessa condizione di mortale, di fatto segnando la vittoria definitiva dell’intelletto sulla materia. In un certo senso, così facendo si concretizzerebbe il sogno di riuscire a realizzare con un atto completamente umano qualcosa che non sarebbe più prerogativa di una divinità, ma che al contrario rientrerebbe nelle facoltà dei comuni uomini: una sfida stessa al concetto di divino, dunque, che sembra attirare da sempre gli individui più audaci e in cerca di nuove competizioni con cui mettersi in campo.

Tuttavia, nonostante la grande attrattiva dell’impresa, essa non è mai stata sempre vista di buon occhio. È quasi pleonastico citare l’enorme produzione artistica e letteraria che si incentra intorno all’argomento della creazione di esseri viventi artificiali: iniziando dal famoso Frankenstein e passando per l’opera teatrale I Robot Universali di Rossum dello scrittore Čapek, il quale coniò il termine robot dalla parola ceca robota che vuol dire “lavoro pesante, forzato”, i tratti comuni sono molti ed ognuno di loro condivide il timore nato dalla convinzione che il costruttore di automi stia in qualche modo manipolando poteri blasfemi, giocando ad emulare Dio. Nella quasi totalità di questi racconti, il costruttore viene sottomesso da una sorta di karma negativo che porta la creatura a ribellarsi al suo creatore, conferendo dunque all’uomo meccanico una certa aura di malignità.
È con lo scrittore Isaac Asimov, tuttavia, che il tema degli automi, da questo momento in poi visti come il frutto di una disciplina scientifica nota come “robotica”, inizia ad essere affrontato secondo un punto di vista diverso, diametralmente opposto. Se inizialmente le creazioni erano descritte come opere del male, quasi come se i loro costruttori fossero dei moderni Faust che corressero incontro a (mi si perdonerà il gioco di parole) infausti destini, sotto la penna di Asimov queste assumono un significato del tutto diverso. Esse, infatti, vengono descritte come macchine atte ad aiutare l’uomo, a favorirne lo sviluppo, a migliorarne la qualità della vita. Nel corso dei suoi numerosi racconti, i robot dimostrano più volte che, nonostante gli incidenti e le avventure che danno vita e ragion d’essere alle storie nelle quali sono pratogonisti, il loro apporto all’umanità non può che essere positivo. La chiave del successo di questa linea di pensiero è dovuta alle famose Tre Leggi della Robotica, che sono in questo modo riassunte:
  1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.
  2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Purché di valenza completamente fantascientifica, numerosi scienziati ed ingegneri attivi nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale ammettono di ispirarsi ancora oggi a questo modello per la progettazione dei sistemi sempre più sofisticati che stanno guidando l’umanità attraverso il ventunesimo secolo.

Come concludere, allora, quest’iniziale e superficiale introduzione che vuole porsi come punto di partenza per una lunga serie di riflessioni e discussioni sul tema dell’artificialità moderna e del suo rapporto con l’essere umano? I dibattiti sono ancora aperti e molto accesi: da un lato, vi sono gli entusiasti che premono perché nuove attenzioni e investimenti vengano rivolti in questo settore, mentre dall’altro vi sono i tradizionalisti che vedono lo sviluppo tecnologico incontrastato, specialmente nel campo della robotica, come una minaccia per il genere umano. Quale sarà l’esito futuro non ci è dato saperlo: nonostante gli enormi progressi fatti dai tempi di Asimov, non siamo ancora arrivati ai livelli dei fantascientifici robot positronici da lui ipotizzati nei suoi romanzi. Ciononostante sarebbe sciocco pensare che, dato il giusto apporto di tempo ed energia, il progresso scientifico non possa giungere ad eguagliare i sogni più fantasiosi dello scrittore. Ci troviamo ancora una volta dinanzi al problema del coltello: abbiamo tra le mani uno strumento buono, da utilizzare per il nostro bene e per favorire il nostro sviluppo e benessere, oppure qualcosa di cattivo che potrà essere usato per far male e che potrebbe anche ritorcersi contro di noi? La risposta è sempre la stessa: non vi è una verità assoluta, ma questa dipenderà da come lo strumento verrà utilizzato. Nel mondo vi sarà sempre qualcuno intenzionato a pervertire i risultati della scienza, ma non per questo essa dovrebbe fermarsi. D’altronde, come disse il famoso fisico ed ingegnere Nikola Tesla: «Lasciamo che il futuro dica la verità, e giudichiamo ciascuno secondo le proprie opere e obiettivi».

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