La risposta è 42

Di Selenia Anastasi

 

È un fatto importante, ancora che comunemente noto, che le apparenze molto spesso ingannano. Per esempio, sul pianeta Terra, l’uomo ha sempre pensato di essere la specie più intelligente del pianeta, quando invece era la terza.” – Guida Galattica per gli Autostoppisti

Perché ho deciso di intraprendere questo blog e soprattutto perché ho deciso di aprire il mio primo intervento serio citando una commedia? Semplice: non pretendo di fornire risposte esaurienti, anzi, direi che il presupposto da cui parto non è assolutamente quello di fornire delle risposte a domande che l’Uomo si è sempre posto da che ne ha memoria (o meglio, da che ha la possibilità di indagare la propria tradizione). Quello che intendo iniziare, qui, è un cammino, nel modo più disinteressato e spero più divertente possibile. Un viaggio all’interno della dimensione umana, da ciò che era a quel che è diventato col passare del tempo e delle epoche. Non è un mistero che l’uomo si interroghi da sempre sulla sua natura e sul perché della sua esistenza, non è un argomento così innovativo da affrontare, né così semplice e privo di controversie; credetemi: sono consapevole di scalare una montagna particolarmente alta la cui vetta, probabilmente, non è ancora stata intravista da nessuno nemmeno da lontano, ma mi getto in questa avventura con l’entusiasmo di uno scalatore ingenuo e ignorante a cui non importa di arrivare alla meta, bensì che ha a cuore il percorso, compiuto insieme a chi avrà avuto la volontà e l’interesse di seguirmi in questa mirabolante impresa.

Emblematico è in questo senso il titolo che ho voluto dare a questo intervento: la risposta è 42”, forse una delle frasi più famose e citate della ancora più celebre saga fantascientifica romanzata, poi divenuta film, diretta da Garth Jennings: “Guida Galattica per gli Autostoppisti”. “42” è la risposta formulata da Pensiero Profondo, il super-computer programmato da una civiltà extraterrestre intellettualmente e culturalmente avanzatissima, appositamente per fornire risposta alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”. Emblematico è anche, a mio parere, che l’autore abbia scelto di utilizzare questo paradigma inconciliabile, questa sorta di metafora sottile, apparentemente insensata, oltre che profondamente attuale: quella di una civiltà dotata di tutti i mezzi intellettuali e culturali per delegare l’ oneroso compito di indagare la propria natura ad una macchina, un computer, un calcolatore (per quanto naturalmente molto più potente di quelli che siamo comunemente abituati ad utilizzare), un oggetto artificiale e dunque, non solo estraneo al concetto stesso di “vita”, ma di per sè “creato” da quella che è la massima espressione della vita stessa: l’Uomo. Trovo molto interessante ed esemplificativo questo concetto per spiegare prima di tutto quali sono i miei obiettivi dimostrativi all’interno di questo percorso: si parlerà di vita, ma anche e soprattutto di cosa “non è la vita”, dell’uomo, di quel che ruota intorno alla sua storia, dell’importanza fondamentale che hanno assunto le macchine all’interno del nostro panorama socio-culturale, di come esse hanno mutato profondamente il concetto stesso di vita rispetto a ciò che i nostri antenati e la storia ha sempre ritenuto tale. La mia riflessione parte dal semplice assunto che, esattamente come la civiltà super evoluta di “Guida Galattica per gli Autostoppisti”, anche noi ricerchiamo costantemente nelle macchine risposte, affermazioni e sicurezze sul nostro essere. Questi fantascientifici esseri ripongono così tanta fiducia nella tecnologia e nel calcolo, da affidare persino il proprio destino di umanità e la comprensione della loro profonda e più segreta natura ad una macchina che poi, nel più prevedibile degli sviluppi, deluderà ogni aspettativa. Basta guardarci allo specchio per riconoscere in noi il frutto di quel che la tecnologia, i mezzi di comunicazione di massa tradizionale ed internet, sono stati capaci di creare. Una coscienza collettiva che si è sublimata nella macchina, su uno schermo, all’interno di social network e la cui opinione è forse più importante di quella che ogni giorno destiniamo a noi stessi e a quel che siamo. Le donne si depilano, sono per lo più magrissime, tatuate, modificate fisicamente e mentalmente per assomigliare quanto più possibile ad uno stereotipo, ad un ideale di donna che differisce profondamente da quel che è la sua “originaria natura” e questo è un fatto osservabile da sempre, da prima ancora che iniziassimo ad interrogarci su questi fenomeni, ed in società che sono ben lungi ancora dal possedere i mezzi per studiarne con la medesima attenzione le ragioni. Occhio: non pensate che l’uomo (inteso come “maschio”) sia stato tenuto al di fuori da questo circolo vizioso della “virtualità”. Anche lui, come la donna, ha aderito a canoni estetici ben precisi. Ultimamente ci si lamenta spesso che gli uomini sono diventati più narcisisti e attenti al proprio aspetto fisico rispetto alle donne e scommetto quello che volete che non c’è nessuno di voi che non si sia mai interrogato in qualche modo sul perché di questo, così come sono altresì convinta che la maggior parte degli uomini si senta di porsene al di sopra, considerandosi superiore al “vile teatro delle apparenze” perché è “roba da femminucce” e anche questo è tutt’altro che casuale ed ha una spiegazione sociologica e culturale ben precisa che non mi proporrò di indagare in questo post.

«E dunque? Dove vuoi arrivare? Perché ci stai dicendo cose così ovvie?», vi chiederete. Ebbene vi sorprenderà sapere che ciò che è per noi un fenomeno ormai ovvio, quotidiano e quasi scontato, in verità non lo è affatto –o meglio, non lo era nel suo sviluppo prima che si radicasse così profondamente nel tessuto della nostra società, nei nostri valori e nelle nostre credenze– ed è proprio di questi processi sottintesi, nascosti e inconsci, di cui voglio parlare. Perché la risposta è “42”, suscitando l’ovvia indignazione e sorpresa di chi aveva posto la domanda? Pensiero Profondo risponde così: «Prima, dovete pormi la domanda giusta». Che sia questo, allora, il nostro più profondo e antico errore? Porci le domande sbagliate? O è forse da reputare impossibile che una macchina, estranea alla vita, riesca ad elaborare tramite miriadi di calcoli complicatissimi e sofisticati, l’ancor più elaborato senso di quel che siamo? Per citare una nota canzone italiana: “lo scopriremo solo vivendo”.

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