La consapevolezza delle macchine

Di Samuele Vinanzi

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano – Publio Terenzio Afro

Avendo passato gli ultimi dodici mesi nello studio della Robotica e dell’Intelligenza Artificiale, mi sento di poter dire che, nel mio modesto parere, la frase che meglio rappresenta lo stato dell’arte di questa branca della scienza è stata pronunciata da un mio professore durante una sua lezione in aula: «l’intelligenza sta negli occhi di chi osserva».

Con questa frase si vuole lasciare intendere che, ad oggi, siamo molto lontani dalla realtà fantascientifica che vorrebbero mostrare i film e i romanzi in cui si dipingono storie che ruotano intorno a macchine senzienti, intelligenze artificiali talmente complesse da iniziare ad agire in totale autonomia in qualsiasi tipo di ambiente e circostanza, che possano provare amore e sentimenti oppure che siano mosse dall’istinto di conquistare la Terra e di soggiogare la razza umana. Tuttavia, seppur i nostri software attuali siano molto meno complessi, c’è da chiedersi: è giusto porsi degli interrogativi a proposito delle macchine consapevoli? Se è vero che ora come ora sembra rendersi necessario un mastodontico impegno di studio e di ricerca nella branca per riuscire a risolvere la grandissima quantità di sottoproblemi che andrebbe a caratterizzare un’intelligenza artificiale di livello umano (non per ultimi problemi che potrebbero apparire banali, per quanto stiano al fondamento stesso di quest’idea, ma che rappresentano un elevato grado di sfida per i progettisti, quali la sintesi di linguaggio e il riconoscimento della semantica all’interno di frasi recepite), dall’altro lato nessuno di noi è estraneo alla rapidità con cui avanza il progresso tecnologico. Se ad oggi l’idea di un robot che possa provare sentimenti può sembrare così fantasiosa, non è difficile pensare che tra qualche anno questo obbiettivo potrebbe non sembrare così impossibile da raggiungere. Se allora accettiamo queste ipotesi e assumiamo che sia possibile, nel corso delle prossime decadi, di riuscire a vedere realizzata un’intelligenza artificiale che possa competere con i prodotti della fantasia di registi e scrittori, allora non possiamo permetterci il lusso di giungere impreparati fino a quel giorno.

Pur consapevole del rischio di ricadere nella fantascienza, voglio iniziare questa trattazione, la quale ha lo scopo di fornire al lettore qualche spunto di riflessione in materia, proponendo un quiz che io stesso ho affrontato solo pochi giorni addietro:

Un giorno scopri che non sei un essere umano, ma una macchina. La tua vita è stata reale finora, nessuno ti controllava o ti programmava a comportarti in un modo specifico, le tue capacità fisiche e mentali sono identiche a quelle di un essere umano organico. Ma sei stato creato in laboratorio.
Nessuno tranne te lo sa. La tua famiglia, i tuoi amici, tutti pensano che tu sia un normale essere umano come loro. Potresti continuare a vivere la tua vita come la vivevi prima e non cambierebbe nulla.
Come reagisci?

a) La tua idea di te stesso cambia? Sei la stessa persona che pensavi di essere?
b) La tua conoscenza del mondo cambia?
c) Riveli le informazioni agli altri o le tieni per te? Perché?

Vorrei invitare il lettore a riflettere sulla proprie risposte a questi tre questiti. In questa sede non darò le mie, poiché esulerebbe dallo scopo di questo testo, ma tenterò di fornire un’ispirazione seguendo quello che è stato il mio filo di pensieri.

Immediatamente mi proietto nello scenario descritto e la prima cosa che provo è un forte senso di indignazione: so che nel momento stesso in cui si verrà a sapere che io sono un robot, perderei immediatamente ogni valore agli occhi della società. Tuttavia, dopo venticinque anni di vita (o sarebbe meglio dire “vita”?), mi sento come se corressi il rischio di venire derubato di qualcosa che io so con certezza essere un mio diritto: quello di definirmi una persona. Ma, in fondo, è giusto che io mi consideri tale? Forse le mie componenti sono meccaniche, ma sono perfettamente certo della mia autoconsapevolezza, del mio raziocinio e della mia coscienza. Allora, per rispondere alla prima domanda, mi chiedo: cosa proverei, in quella situazione, nello stare di fronte ad un albero? Quando ciò mi accade nella vita reale, provo un forte senso di connessione generato dalla consapevolezza di provenire dalla stessa forza vitale che genera ogni essere vivente della Terra. Tuttavia, sarebbe giusto provare ancora quel senso di vicinanza, anche dopo aver scoperto di non essere stato generato ma creato? Al che rifletto: in qualunque modo io sia venuto al mondo, sono vivo. Forse non sono naturale, ma sono stato prodotto da qualcosa di naturale. Ho dunque ereditato parte di questa naturalità? Quel che mi viene istintivo pensare è che ciò accade, in parte. Ma allora, se io, robot, costruissi un altro robot, quest’ultimo essendo figlio ancora più indiretto dell’uomo naturale, si andrebbe distaccando sempre maggiormente da quello status di non-artificialità fino a perderlo completamente, via via che il ciclo si ripeta?

Un’altra riflessione che mi viene indotta è la seguente: si parla veramente tanto di robo-etica, di implicazioni morali sulla creazione di intelligenze artificiali di livello umano e delle conseguenze sociali di una tale scoperta scientifica. Tuttavia, pochi si sono chiesti quale sarebbe il punto di vista del robot. Come ci si potrebbe sentire ad iniziare a vivere, di punto in bianco? Supponendo l’ipotesi del cervello elettronico paragonabile a quello biologico, quale sarebbe l’impatto con la crescita del robot-individuo al confronto di quanto accade con un bambino umano? Svilupperà gli stessi valori etici e morali, la stessa consapevolezza del mondo? Avrà diritti civili o rimarrà segregato al ruolo di macchina? Con quali implicazioni?

In conclusione di questo articolo, vorrei sottolineare nuovamente il fatto che queste speculazioni, in data odierna, rientrano più nel campo della fantascienza che non in quello della scienza. Tuttavia, ritengo che sia opportuno iniziare a rimuginare fin da ora alle implicazioni delle nostre ricerche, così da essere pronti per quando verrà il momento di mettere in pratica il frutto delle nostre riflessioni. In fondo, l’intelligenza artificiale sembra covare in sè i presupposti per cambiare il mondo e se questo cambiamento dovrà avvenire in meglio o in peggio starà a noi deciderlo, ben prima che il cambiamento stesso avvenga.

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