La tecnologia produce l’uomo?

Di Samuele Vinanzi

«Gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti.» – Henry David Thoreau

Ciò che segue è il resoconto di ciò di cui si è discusso al primo incontro del ciclo “L’uomo e la tecnologia: capire il presente, pensare il futuro” promosso dalla Residenza Universitaria Segesta e dal gruppo Scienze e Non Solo, a cui ho avuto la fortuna di partecipare come spettatore. I relatori di tale discussione sono stati l’ingegner Giovanni Nofroni e il reverendo Giuseppe Brighina.

Qual è la differenza tra una drosophila, un comunissimo moscerino della frutta, ed un prodotto della tecnologia moderna quale il personal computer? Può sembrare una domanda banale, forse anche offensiva per l’intelletto del lettore, eppure basta guardare la questione da un punto di vista leggermente diverso per rendersi conto della reale motivazione che spinge alla sua formulazione. Se consideriamo il numero delle operazioni al secondo in grado di essere effettuate dal cervello di questa piccola creatura, infatti, scopriremmo che non è dissimile dallo stesso valore raggiunto da un moderno processore. Questa rivelazione, se così vogliamo chiamarla, apre le porte di scenari ancora più vasti; basti pensare al salto tecnologico compiuto negli ultimi anni, ed in particolar modo dall’inizio di questo secolo: in poche decadi di studi, infatti, l’uomo è riuscito a produrre un macchinario che ha lo stesso potenziale elaborativo del cervello di un’essere vivente.
La nostra logica compie quasi automaticamente il passo successivo, chiedendosi in che rapporto sia quello stesso computer con la mente umana. Il dislivello, qui, è molto grande e quest’ultima sembra essere in netta superiorità rispetto al suo corrispettivo di silicio. Tuttavia, ci aspettiamo che negli anni il cervello umano cambi molto poco, forse di una quantità infinitesimale se confrontata con ciò che accadrà alle capacità di calcolo degli elaboratori digitali. Sembra allora che il progresso tecnologico ci stia spingendo sempre più verso la realizzazione di macchine che sappiano reggere il confronto diretto con ciò che è naturale: in questo senso, la tecnica moderna mira ad imitare l’evoluzione, col vantaggio di non dover sottostare ai suoi tempi inesorabilmente lenti.

A questo punto, si potrebbe formulare un’obiezione. L’evoluzione è un processo naturale che riesce a transitare attraverso stati di equilibrio ambientale. Accelerare questo processo non può mettere a rischio la comprovata sicurezza di questo meccanismo consolidato nei millenni? Come ci viene suggerito da una scena del celebre film fantascientifico Matrix, un organismo che si sviluppa distruggendo quegli equilibri non è che un virus. C’è, tuttavia, chi la vede diversamente. Vi è un filone di pensiero che afferma che la tecnica sia una possibilità di salvezza dalla nostra condizione ancora imperfetta. Chiunque abbia letto almeno alcune delle opere di Isaac Asimov ricoderà certamente le enormi intelligenze artificiali frutto di altre IA di complessità inferiori a loro volta generate da altri automi, che si sono via via evolute al punto tale da essere divenute completamente imperscrutabili all’analisi della mente umana. Nelle opere di fantasia, queste macchine hanno assunto il controllo totale dell’economia, in quanto si sono dimostrate organizzatrici più sagge delle risorse del pianeta. Questo è un esempio abbastanza fantasioso, ma i transumanisti (così si chiamano gli appartenenti a questa corrente di pensiero) ritengono che l’uomo non debba essere più al centro del creato, bensì dovrebbe “rilavorarsi” tramite la tecnica fino a diventare post-umano, trascendendo sè stesso e tutte le sue capacità. In questo scenario, verrebbe a perdersi molta della dualità che fa parte del nostro modo di pensare e che, involontariamente, produce le discriminazioni. L’uomo si avvicinerebbe sempre più alle macchine, pur senza perdere la sua umanità che anzi verrebbe esaltata dalle sue nuove capacità: una vita più lunga, una salute migliore, condizioni di vita più floride. Le barriere stanno già iniziando a cadere: è in corso una convergenza tecnologica delle discipline informatche, biologiche, delle scienze cognitive e della nanotecnica al fine della cosiddetta “Enhancing Human Performance”. Iniziano anche a cadere le barriere fisiche, nel momento in cui i chip di silicio si preparano ad essere sostituiti da quelli di grafene, il quale è composto da carbonio e che quindi è, di fatti, un composto organico. Tutto ciò può sembrare molto apocalittico e radicale, ma la realtà è molto diversa e per provarlo basti portare avanti l’esempio delle protesi robotiche che in questi ultimissimi anni stanno progredendo ad una velocità sorprendente, oppure basti parlare delle tecnologie BCI (Brain-to-Computer Interface) in grado di permettere a soggetti affetti da malattie debilitanti come la SLA di ritornare ad interagire nel mondo intorno a loro.

In conclusione, ciò che alcuni filosofi si augurano è quello di un passaggio, nel futuro prossimo, dalla concezione della vita basata sul bios (βίος, in greco, che indica un punto di vista focalizzato sulla vita umana individuale) ad una incentrata sul zoè (ζωή, ovvero il principio della vita universale comune a tutti gli esseri viventi) grazie alla tecnologia che può agire da principio liberatore verso la gabbia formata dalle strutture mentali a cui ci atteniamo. Per costoro, dunque, la tecnologia è libertà. Ma dal punto di vista delle macchine, vale lo stesso? Potrà un robot mai veramente definirsi “libero” nelle sue scelte e nella sua evoluzione, ad oggi limitata dalla logica di programmazione e da calcoli matematici privi, per loro stessi, di semantica?
Infine, io stesso mi chiedo, andando al di là di qualunque inclinazione filosofica: è giusto che questo sia possibile?


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