Mese: dicembre 2015

Cosa si prova ad essere un robot?

Di Samuele Vinanzi

«Mio padre ha provato ad insegnarmi le emozioni umane. Sono… difficili.»
«Le emozioni non sembrano essere una simulazione molto utile per un robot: non vorrei che il mio tostapane o l’aspirapolvere fossero così emotivi.» – Dialogo tra il robot Sonny e Will Smith nel film “Io, Robot”

Quel che segue è il resoconto di ciò di cui si è discusso al quarto incontro del ciclo “L’uomo e la tecnologia: capire il presente, pensare il futuro” promosso dalla Residenza Universitaria Segesta e dal gruppo Scienze e Non Solo a cui ho avuto la fortuna di partecipare come spettatore. Il titolo del seminario è stato: “Un robot può amare? È capace di emozioni?”. Il relatore di tale discussione è stato il professore Luciano Sesta.

Thomas Nagel è un filosofo americano, affiliato alla New York Univeristy, che nel 1974 scrisse un articolo intitolato: “Cosa si prova ad essere un pipistrello?”. In quel trattato, egli tenta di illustrare un punto di vista molto interessante riguardo alla ricerca scientifica, prendendo come esempio la neurofisiologia dei pipistrelli. In particolar modo, egli afferma che siamo perfettamente in grado di spiegare come funzioni, a livello biologico e fisico, il suo sistema percettivo costituito dall’emissione e ricezione di onde ad ultrasuoni (quel meccanismo che definiamo “sonar”). Tuttavia, nonostante la completezza della nostra descrizione, vi è un enorme gap esplicativo, come lo definisce Nagel stesso: non possiamo in alcun modo cosa si provi ad essere il pipistrello e ad interagire con il mondo attraverso quel particolare sistema percettivo, avendo la facoltà di emettere ultrasuoni e distinguere le nostre stesse onde di ritorno da quelle degli altri. Possiamo simularlo nelle macchine, ma ciò non ci dà un’idea di cosa si provi nella realtà. (altro…)

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Future Decoded: una giornata col CEO di Microsoft

Di Marilena Pintagro

Correva l’anno 2000: il mondo si riprendeva dallo spavento del millenium bug, Britney Spears pubblicava il suo secondo album, Zoff allenava la nazionale e una bimba di 9 anni si apprestava a leggere il suo primo libro di informatica, curiosa di saperne di più sul computer arrivato in casa da qualche mese. In questo bel libro erano spiegate un sacco di cose e in particolare un intero capitolo era dedicato a Windows, un “sistema operativo” che faceva girare tutto quanto. Questo Windows era creato dalla Microsoft, un’azienda fondata da un tale Bill Gates. “Ah!” si disse la bambina “finalmente nominano una persona vera!”, perchè, in effetti, il nome di questo Bill Gates era il primo che appariva nel libro, visto che negli altri capitoli si descrivevano solo programmi e componenti hardware. La bimba ci riflettè un po’ su e, mostrando un precoce fiuto per l’economia e gli affari, decise: “Da grande sposerò Bill Gates e diventerò co-proprietaria della Microsoft!”. Il piano era brillante, c’era però un solo problema: la differenza di età era davvero parecchia. Ma la bambina non si diede per vinta, ci ragionò un po’ su e cambiò il suo piano in: “Sposerò il figlio di Bill Gates ed erediterò la Microsoft!”.

Quindici anni – e qualche lezione di economia – dopo, arriviamo al 12 novembre 2015, giorno in cui Satya Nadella, CEO di Microsoft (o, per i non addetti ai lavori, quello che ha preso il posto di quello che ha preso il posto di Bill Gates), fa il suo primo talk in Italia, in occasione del Future Decoded a Roma. Ovviamente non potevo perdere un evento del genere e la piccola digressione iniziale è per dare un’idea di quanto aspettassi con ansia un evento del genere.
Ma la giornata non si può assolutamente ridurre solo ai 45 minuti di intervento di Mr. Nadella, tutti i talk a cui ho assistito mi hanno colpito ognuno a modo suo, quindi procediamo con ordine.

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