macchine

Il vostro aspirapolvere non sta cercando di uccidervi (forse)

 E’ un po’ che volevo scrivere questo post. Anzi, per essere precisi volevo scrivere questo post da quando, qualche settimana fa, ho partecipato a un seminario sulle nuove tecnologie e sulle implicazioni che queste avranno sul nostro futuro. No, no.. piano con l’entusiasmo: il momento clou del seminario è stato il mio intervento, quando dopo quattro ore passate a sentire le previsioni del relatore degne di un film apocalittico con Will Smith e – ancora peggio – le domande e gli interventi di alcuni dei presenti (eravamo un’ottantina di ragazzi fra i 25 e i 30 anni, tutti post-laurea ma provenienti da facoltà molto eterogenee) ho perso la pazienza e ho preso la parola.

Generalmente non sono una che ama fare interventi in pubblico, soprattutto davanti a platee che non conosco e a maggior ragione se quello che devo dire va in totale contrapposizione con quanto detto fino a quel momento dal relatore. Generalmente, perchè poi quando è troppo è troppo.

Ho fatto il mio intervento, guadagnandomi il silenzio imbarazzato del relatore, un po’ di sguardi perplessi da parte degli altri partecipanti e la gratitudine dell’unico altro ragazzo che come me aveva studiato un po’ le basi di intelligenza artificiale.

Dopodichè ho realizzato una cosa: “La’ fuori c’è gente veramente convinta che l’intelligenza artificiale consista solo di bambini robot inquietanti e che l’avanzamento tecnologico ci porterà necessariamente a eserciti di cyborg killer che in confronto C17 e C18 sono dei teneroni” (se non sapete di che parlo, documentatevi qui).

Va bene, confesso che quando ho visto iCub alla Maker Faire di due anni fa anche a me ha fatto un sacco impressione ma questa è un altra storia, stavolta mi riferivo al bambino del film A.I – Intelligenza Artificiale che mediamente è il primo a venire chiamato in causa quando si parla di questo argomento. Ricordo ancora la faccia della mia compagna di banco del liceo che a fine esame di maturità disse alla commissione che si sarebbe iscritta a ingegneria informatica per specializzarsi poi in intelligenza artificiale e l’unico commento fu quello del commissario di italiano – esterno – che disse: “Ah, bello, come quello del film col bambino robot“. Tutt’oggi mi ritengo fortunata che quando toccò a me si limitarono ad annuire educatamente e basta.

Ma torniamo a noi: ho avuto questa epifania e ho deciso di scriverci un post a riguardo. Ecco quindi quattro miti sull’intelligenza artificiale che vorrei sfatare, o meglio “quello che avrei voluto veramente dire a quel seminario, ma che per educazione ho dovuto censurare

  • Il vostro aspirapolvere robot non sta cercando di uccidervi. Bisognerebbe scriverlo su delle t-shirt. Come dicevo prima, quando si parla di intelligenza artificiale vengono subito in mente scene di film di fantascienza di vario genere che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo: quindi se ora io vi dico che già molti di noi hanno delle macchine intelligenti dentro casa il primo pensiero è di controllare sotto al letto se c’è Will Smith qualche tremendo robottone killer. E invece eccolo lì, piccolo, tondo e diabolico: l’aspirapolvere robot. Quando ho scoperto che il mio librone di intelligenza artificiale (Artificial Intelligence: A Modern Approach, di S. Russell e P. Norvig) faceva esempi solo e soltanto usando questa scopa elettronica rotonda ci sono rimasta malissimo anche io, ma ragionateci un momento: come fareste a spiegare a una scopa dove spazzare, ogni quanto, che non deve spazzare due volte nello stesso punto e, soprattutto, che deve tornare alla base prima di esaurire la carica della batteria? A meno che non stiate facendo un remake di Fantasia, vi servono un bel po’ di algoritmi per rendere la vostra scopa intelligente. Assodato che Freud avrebbe comunque parecchio da dire sull’insana passione di chi studia A.I. per questi aspirapolveri e che Topolino è stato comunque un pioniere delle pulizie domestiche 2.0, prima di dire che le macchine intelligenti distruggeranno il genere umano, pensate che state parlando anche del vostro aspirapolvere.
  •  Comunque il vostro aspirapolvere robot potrebbe effettivamente cercare di uccidervi, ma la colpa non sarebbe la sua. Se una macchina fa qualcosa è perchè è stata programmata per farla quindi agisce su precise indicazioni di un qualche essere umano, che poi siano indicazioni volontarie del programmatore o bug dell’algoritmo è un altro conto, ma comunque non prende iniziative di sua spontanea volontà. Credo che questo sia il concetto alla base di tutto: le macchine sono costruite dagli umani, sta a noi darci dei limiti. Ce lo insegna benissimo Tony Stark nell’ultimo film degli Avengers, a me lo ha insegnato un po’ più brutalmente il mio professore, quando una volta a lezione chiesi come mai un determinato compito all’interno di un algoritmo di data integration doveva essere necessariamente svolto dall’uomo e non poteva essere automatizzato con un algoritmo, e lui mi rispose “Scrivi un programma che lo faccia e avrai creato un’intelligenza in grado di distruggere il genere umano”. Vi dirò, per 3 CFU non mi è sembrato il caso di correre il rischio. Non voglio entrare troppo nel merito, il discorso sarebbe lungo e fa troppo caldo, ma alla fine è una questione etica non troppo lontana da quella che riguarda, ad esempio, le armi.. come disse Einstein “nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi“… o forse sì?
  • Anche gli aspirapolveri nel loro piccolo fanno esperienze. Anche le macchine imparano, la loro esperienza non è un “ricordo” come lo intendiamo normalmente noi, ma un insieme di dati che processati da opportuni algoritmi guidano le scelte della macchina. Un aspirapolvere robot che è stato programmato per evitare gli ostacoli e per memorizzare nel suo database quando e dove ne incontra uno, nel momento in cui va a sbattere contro un muro non si comporterà in maniera molto diversa dalla mia cuginetta di sei mesi che sta imparando a gattonare. Nel primo caso si tratta di un buon algoritmo di reasoning, nel secondo di istinto di sopravvivenza. C’è un ramo dell’intelligenza artificiale che studia proprio questo, indovinate come si chiama? Machine learning!
  • Il vostro aspirapolvere potrebbe non uccidervi, ma potrebbe sempre rubarvi il lavoro. Quarta ed ultima osservazione emersa durante il seminario “le macchine ci ruberanno il lavoro”… ok, forse. Ma siamo sicuri che sia un male? Se un lavoro è molto ripetitivo e non richiede “l’occhio umano” per essere eseguito perchè non affidarlo ad una macchina? Sarà così possibile ridurre la percentuale di errore umano nel risultato e si potrà assegnare alla risorsa “umana” un altro task per cui è più adeguata. Vi faccio un esempio: prendete un pasticcere che lavora 8 ore al giorno il cui compito è solo fare torte. Se fa tutto a mano sarà in grado di produrre 8 torte al giorno (sto tirando numeri a caso), dedicando in media 20 minuti per la decorazione di ogni torta e con la buona probabilità che per una minima distrazione commetta un errore e rovini qualche dolce. Ma se una parte del suo lavoro viene affidata al nuovo e fiammante BakeRobot 2.0 che impasta e cuoce i pan di spagna da solo, il rischio di errori nella fase di impasto e cottura della torta cala di molto, per non parlare del fatto che il nostro buon pasticcere avrà molto più tempo da dedicare alla decorazione della torta o potrà fare più torte al giorno, aumentando quindi qualità e/o quantità della sua produzione. Quindi sì, c’è la possibilità che fra dieci anni una macchina farà il vostro lavoro, o almeno che ne farà una parte, ma magari voi sarete troppo impegnati col vostro nuovo lavoro per restarci troppo male.

Certo su questi temi ci si potrebbe discutere per ore e ognuno di questi punti e degno di più e più post sull’argomento, infatti sono abbastanza convinta che in futuro ne parleremo ancora, il mio intento in questo caso era – oltre che mettere nero su bianco una serie di riflessioni fatte in una calda mattinata di luglio – provocare un po’ le coscienze e spingere soprattutto i più “profani” delle nuove tecnologie ad informarsi e a ragionare con la propria testa, prima di preoccuparsi perchè qualcuno a un seminario ha raccontato una storiella fantascientifica su un futuro piuttosto improbabile.

Una scena tratta da una produzione televisiva del 1938 de "I Robot Universali di Rossum", il dramma fantascientifico che ha introdotto il termine "robot" in molte lingue del mondo.

Homo ex machina

Di Samuele Vinanzi
«Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.» – Isaac Asimov
Quello dell’uomo meccanico, artificiale, è un tema ricorrente nella storia dell’uomo e che ha le sue origini molto tempo prima dell’avvento delle nuove discipline scientifiche che ormai sembrano aver imposto i propri canoni alla materia. Già nella mitologia ebraica si faceva riferimento ad una creatura nota con il nome di “golem”, che nella sua etimologia vuol dire “embrione”, “materia grezza” e che fece per la prima volta la sua apparizione nell’Antico Testamento. Secondo la cabala, un praticante di arti esoteriche sarebbe stato in grado di costruire un corpo fatto di argilla e di dargli vita pronunciando la corretta sequenza di parole magiche. Il golem, a quel punto, si sarebbe animato come un essere dalla forza incredibile ma privo di parola, di saggezza e della facoltà di discernimento: in altre parole una vera e propria macchina, un servitore atto ad obbedire al suo costruttore umano.
Con il lento moto della ruota del tempo, la storia dell’uomo pullulò di un grande numero di episodi incentrati sugli automi. Giusto per citarne un esempio, la leggenda vuole che nel IV Secolo a.C. un allievo di Pitagora, tale Archita da Taranto, progettò una colomba meccanica in grado di volare di ramo in ramo, ma più in generale tutto il medioevo è costellato di racconti secondo i quali strabilianti inventori siano stati in grado di costruire macchine in grado di eseguire i compiti più svariati. La distinzione tra mito e realtà in questi casi è molto labile, complice la mancanza di reperti (spesso si racconta che tali macchine furono distrutte, come nel caso della macchina oracolare di Tommaso d’Aquino), ma ciò che importa sapere è che l’interesse per la costruzione di un uomo meccanico non è di origine moderna, bensì affonda le sue radici nell’alba dei tempi.

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La risposta è 42

Di Selenia Anastasi

 

È un fatto importante, ancora che comunemente noto, che le apparenze molto spesso ingannano. Per esempio, sul pianeta Terra, l’uomo ha sempre pensato di essere la specie più intelligente del pianeta, quando invece era la terza.” – Guida Galattica per gli Autostoppisti

Perché ho deciso di intraprendere questo blog e soprattutto perché ho deciso di aprire il mio primo intervento serio citando una commedia? Semplice: non pretendo di fornire risposte esaurienti, anzi, direi che il presupposto da cui parto non è assolutamente quello di fornire delle risposte a domande che l’Uomo si è sempre posto da che ne ha memoria (o meglio, da che ha la possibilità di indagare la propria tradizione). Quello che intendo iniziare, qui, è un cammino, nel modo più disinteressato e spero più divertente possibile. Un viaggio all’interno della dimensione umana, da ciò che era a quel che è diventato col passare del tempo e delle epoche. Non è un mistero che l’uomo si interroghi da sempre sulla sua natura e sul perché della sua esistenza, non è un argomento così innovativo da affrontare, né così semplice e privo di controversie; credetemi: sono consapevole di scalare una montagna particolarmente alta la cui vetta, probabilmente, non è ancora stata intravista da nessuno nemmeno da lontano, ma mi getto in questa avventura con l’entusiasmo di uno scalatore ingenuo e ignorante a cui non importa di arrivare alla meta, bensì che ha a cuore il percorso, compiuto insieme a chi avrà avuto la volontà e l’interesse di seguirmi in questa mirabolante impresa.

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